Avere dubbi e porsi interrogativi su cosa sia più corretto fare o non fare rientra nell’indole dell’uomo. Chi si ritiene cristiano e cerca di improntare la sua vita sull’osservanza del “verbo” accusa maggiormente il conflitto tra bene e male, giusto e sbagliato, verità e menzogna…
Sicuramente non è facile essere un “buon cristiano”, con la vita che ci mette dinanzi a dure prove oppure ad allettanti distrazioni: la perdizione è sempre in agguato sulla fede. Il credo vacilla maggiormente se lo accostiamo alla dottrina più leale e devota di quanti si fanno esplodere in nome del proprio dio, oppure si lasciano morire rinunciando alle cure mediche, o affrontano scrupolosamente severi digiuni, si annientano completamente fino a coprirsi interamente con un tenebroso saio, si affidano a riti trascendentali, per non parlare delle violente ripercussioni, veri e propri crimini, quando le “regole della fede” vengono infrante. Imposizioni molto lontane dalla nostra etica religiosa, costituita da valori dogmaticamente ed universalmente individuati: noi cristiani che ci poniamo tanti dubbi, ci battiamo il petto davanti al crocifisso, col capo chino, gli occhi chiusi e la bocca che implora perdono. Invochiamo Cristo affinché ci faccia dono di essere caritatevoli gli uni con gli altri ma poi nemmeno riusciamo a guardarci negli occhi gli uni con gli altri, evitiamo di salutarci per strada, ignoriamo i disagi di chi ci passa accanto, preferiamo gli insulti sui social al confronto diretto, rinunciamo all’amore della famiglia per spartirci l’eredità. Noi cristiani che non siamo capaci di parcheggiare l’automobile negli spazi indicati vogliamo elevarci per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Sicuramente non è facile essere un “buon cristiano”: l’etica religiosa non è poi tanto diversa da quella morale, basterebbe iniziare dal rispetto per il prossimo ponendosi nella prospettiva che, in effetti, delle regole ci sono….che siano comandamenti o leggi, basterebbe considerarle. Per migliorare la fede, metterla in pratica con più ossequio, sarebbe forse utile acquisire la consapevolezza che, spesso, essere bravi cristiani corrisponde ad essere bravi cittadini. La testimonianza, in tal senso, di una giovane coppia ecuadoriana, Jonathan e Salomé, missionari identes, ospiti di padre Juan Lujàn Laula, i quali dopo la celebrazione domenicale hanno voluto raccontare la propria esperienza alla comunità arpinate: un’esperienza di dedizione, forza e coraggio; un’esperienza di amore incondizionato verso il prossimo; un’esperienza di serenità trovata nell’“abbandono” in Cristo «Mi chiamo Jonathan, la mia esperienza è iniziata quando un missionario mi ha domandato se volevo seguire Cristo: in quel momento non sapevo cosa significasse, ma comunque gli ho detto di si. Dopo 10 anni devo dire che è stata la migliore scelta della mia vita. Questo cammino insieme a Cristo e stato difficile, ma soprattutto molto dolce. Essere missionario significa semplicemente dire sì a Cristo: dire si a Cristo significa andare al parco a parlare ai ragazzi di Dio o spostarsi in un altro continente per aiutare i bambini che non hanno da mangiare e che non conoscono Cristo. Tante volte pensiamo che lo sport, lo studio, il lavoro, siano più importanti che visitare Cristo, ma io posso dire che niente di questo è più importante. Il solo fatto di passare un attimo per la cappella e dirle a Cristo “eccomi”, è più importante che qualunque altra cosa. Ma essere missionario significa anche avere una direzione spirituale, almeno nella nostra istituzione religiosa. Noi facciamo questa attività per tutta la settimana: quando avevo 17 anni facevo il calciatore, in una squadra della mia nazione, andavo ogni giorno ad allenarmi, andavamo in palestra oppure a praticare sul campo, ascoltavamo l’allenatore cosi potevamo capire meglio il nostro obiettivo, ovvero vincere il campionato. Il cammino di Cristo è uguale: per vincere il campionato, cioè per arrivare ad essere santi, dobbiamo allenarci andando alla messa, leggendo il vangelo, aprendo il nostro cuore a Cristo e ricevendolo con l’eucaristia. Ovviamente se vogliamo vincere il campionato, se vogliamo essere santi, bisogna allenarsi ogni giorno, perciò bisogna andare a trovar Cristo ogni giorno. Ma in realtà la cosa più importante è cambiare di mentalità: quando noi riceviamo l’eucarestia, è Cristo stesso che ci indica la strada giusta per arrivare ad essere santi, e noi dobbiamo riceverlo con il cuore aperto. Essendo missionari, noi parliamo col nostro direttore spirituale, che ci guida, per riprendere o magari continuare per la strada di Cristo: come nella confessione, è lo Spirito Santo che attraverso un’altra persona ci dice quello che ci permetterà di aprire il cuore. Una domanda dobbiamo farci: sono disposto innanzitutto ad avvicinarmi a Cristo e poi a sognare che mio figlio diventi religioso? diventi sacerdote o suora? Se la risposta a questa domanda è no, allora penso che bisogna approfondire molto di più nella preghiera, perché noi come genitori, come cattolici, come cristiani, dobbiamo sognare, che i nostri figli diventino santi. Che “lavoro” è più meraviglioso che lavorare per Cristo? Essere sacerdoti o suore secondo me è il “lavoro” più nobile che una persona possa avere, perché lavori proprio per Cristo. Io lascio tutto per Lui». Seguono le parole di Salomé, missionaria credente, donna, moglie, presto anche madre. «Vi chiederete perché siamo noi a parlavi, se ancora non abbiamo esperienza come genitori, però oggi vi parliamo da figli. Da sempre i miei genitori sono stati molto credenti: a me ed ai miei fratelli ci portavano a messa, ci parlavano dell’eucaristia e del perché fosse importante ricevere Gesù. Per esprimere la mia idea di andare a messa, faccio un paragone: la maggioranza delle persone approfittano la domenica per passare il tempo con la famiglia, stare insieme ai propri cari, e quando c’è una ricorrenza facciamo di tutto per non mancare. Immaginiamo di preparare una festa in famiglia, cuciniamo e sistemiamo per ricevere i parenti, ma non vengono tutti e, quando arriva il momento di sedersi a tavola, alcuni commensali non mangiano. Come ci sentiremmo? Sicuramente offesi. È una cosa simile quando non andiamo a messa, perché Dio, che é nostro Padre e ci ama tanto, ci fa un invito a mangiare con Lui, a stare insieme a Lui, ogni domenica, e non solo, ma qualsiasi giorno. Gesù, fratello nostro, ha offerto il corpo ed il sangue per noi, per la nostra salvezza, e quando non andiamo a messa, Dio rimane triste. E noi perdiamo l’opportunità di riceverlo e di vivere, perché come è scritto nel vangelo “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Da figlia posso dire: non abbiate paura di portare i vostri figli con voi a messa, anche se sono piccoli, perché é proprio da bambini che si capisce meglio questo grande amore e miracolo dell’Eucaristia. I vostri figli ascoltano voi genitori, seguiranno il vostro esempio, per cui è necessario che siate voi genitori ad insegnare ai vostri figli a seguire Cristo e capire che solo in Lui e con Lui possiamo essere felici». Dio benedica questi ragazzi per ciò che fanno, e dia a noi la capacità di riconoscerci negli occhi degli altri. Sara Pacitto
