Armando Caringi, presidente de “Il Faro” di Sora e l’architetto Diego Collareda descrivono un quadro attuale delle periferie e di come queste, prive di qualità urbana, siano diventate luogo di disagio e malessere. Quanto riportato, spiegano, è conseguenza anche del lavoro presentato da ANCE ed UNINDUSTRIA, sullo stato del territorio, in particolare su Sora, e possibili prospettive di sviluppo.
“Quando si parla di città, si corre il rischio di individuare, il più delle volte, l’area urbanizzata costituita dalle aree centrali o semi centrali. Per esempio Milano è identificata con il Duomo, dall’area di Porta Nuova o dai Navigli, la stessa Roma con il suo centro, i suoi monumenti e dal quartiere moderno dell’EUR. Esiste, tuttavia, un intero tessuto sociale, la vera essenza delle città, che è rappresentato dalle periferie. Una città è (o dovrebbe essere), anche il luogo della socializzazione delle persone, il perimetro fisico funzionale in cui si sviluppano relazioni sociali, in cui un bambino comincia a costruire la sua percezione interiorizzata di ciò che è oltre il proprio nucleo familiare, il posto in cui l’adolescente contestualizza il suo secondo “terremoto interiore”, l’area in cui gli adulti costruiscono ed investono in termini di progetti di vita, lo spazio organizzato che accoglie l’anziano e tutto il suo mondo fatto di esperienza, ricordi, esigenze particolari. Accade troppo spesso che le nostre città vivano realtà completamente diverse a seconda delle zone fisiche. Si ha la sensazione che esistano (o vengano applicati) diversi quadri normativi che difficilmente convivono tra di loro. Questa diversità si percepisce anche dalla mera osservazione delle dinamiche sociali che le differenti aree raccontano. Le norme sembrano cambiare a seconda del livello sociale ed economico degli abitanti e sempre di più questa diversità normativa coincide con la diversità territoriale ed urbanistica, a volte capace di erigere veri e propri confini all’interno delle stesse realtà. Le diversità concepite urbanisticamente come confini ghettizzanti diventano prigioni sociali tanto impalpabili quanto inespugnabili che producono codici comportamentali precisi che possono anche alimentare un disagio contagioso che diventa un male di vivere. Di contro possono, quando pensate a 360 gradi in termini qualitativamente favorevoli, diventare il luogo del benessere sociale e della promozione dell’agio. L’Italia ha una lunga tradizione in fatto di discussione sull’opportunità di conservare e recuperare i centri storici: le aree più antiche delle nostre città, infatti, non sono soltanto vive testimonianze del passato e centri di grande fascino, ma sono anche luogo in cui gli abitanti vivono e vorrebbero continuare a vivere. Ma il futuro dei centri storici, è strettamente legato al futuro delle periferie e della loro riqualificazione. A causa dell’esigenza abitativa, della speculazione edilizia degli anni 60 e dell’uso senza regole del cemento armato (che oltretutto rendeva “facile” costruire) le nostre periferie sono passate dall’essere fonte di ispirazione dei paesaggisti del ‘700 ed ‘800 a simboli di degrado, disagio sociale ed edificazione incontrollata. Basti pensare che negli ultimi 50 anni, in Italia, si è costruito di più che nei 1000 precedenti. Con le dovute proporzioni, quanto successo nell’ultimo mezzo secolo, interessa anche il nostro territorio: prendiamo come esempio “l’area urbana” cha va da Sora ad Isola del Liri. Si è passati da esempi di architettura come la Villa Lefebvre e la attuale Villa Mancini, la prima un colpo d’occhio architettonicamente suggestivo, la seconda costruita su un isolotto prospiciente la Cascata Grande in una location unica, a deliri costruttivi senza attenzione al bello, alle regole, talvolta in verità inesistenti, ed alla restituzione sociale. Nel ‘700 ed ‘800 le nostre “periferie”, a metà strada tra Roma e Napoli, erano meta preferita di artisti del Grand Tour provenienti da tutta Europa, soprattutto inglesi, francesi e tedeschi. Grazie al prezioso testo di Paolo Accettola “Artisti e Viaggiatori del XVIII-XIX Secolo a Casamari e presso San Domenico di Sora. Dal paesaggio del Grand Tour all’industrializzazione di inizio Ottocento nel Distretto di Sora” possiamo conoscere la storia di alcuni luoghi lungo le sponde dei fiumi Liri e Fibreno come San Domenico, Le Remorici e Isola del Liri, in passato di grande interesse per la loro bellezza paesaggistica, ambientale e storica, e ammirare i numerosi dipinti, disegni ed acquerelli che li raffigurano, oggi esposti e conservati nei più importanti musei, gallerie d’arte e archivi del mondo. Pur rimanendo centri storici di pregevole bellezza, Sora ed Isola del Liri, hanno, tuttavia, conosciuto un progressivo svuotamento del numero di abitanti ed un aumento di metri cubi di edificato in corrispondenza grande periferia intercomunale: quasi una città tra le città. E’ incredibile constatare che la “città vera” sia la grande area periferica dei due centri e che gli stessi siano diventati a loro volta ambiti periferici. Questa nuova espansione della città che cosa ha comportato? Nel nostro territorio, purtroppo, la mancanza di regole chiare, l’abusivismo edilizio e l’assenza di una strategia di crescita, hanno causato la perdita di porzioni importanti di paesaggio ed alla devastazione di molti siti di grande valenza culturale. Queste non sono perdite “meramente estetiche”, ma economiche, culturali e sociali. L’Abbazia di San Domenico, mirabile esempio di Architettura Sacra dell’XI secolo, non ha una piazza, è esposta alle vibrazioni ed all’inquinamento del traffico leggero e pesante e la memoria di Cicerone, il più grande oratore della storia, non è commemorata e minimamente valorizzata, quando potrebbe essere volano economico ed un vero e proprio brand di territorio. Anche il paesaggio circostante il luogo dove era la villa natale di Cicerone, presso la confluenza del Fibreno nel Liri, appare oggi degradato a causa di quella che negli anni 80 veniva definita “edificazione spontanea” e tutto il territorio è ben lontano dall’essere l’ameno e lussureggiante ager descritto dallo stesso celebre arpinate nel dialogo con il suo amico Attico nel II libro del De Legibus. Se da qui puntiamo un compasso, nel raggio di pochissime centinaia di metri abbiamo una incredibile quantità di patrimonio, purtroppo seriamente compromesso, di carattere paesaggistico, culturale ed ambientale: la cartiera GB Mancini, ponte Marmone, le cartiere Lefebvre, l’Opificio Ciccodicola alle Remorici, il pastificio San Domenico, le sponde del Liri e del Fibreno, il quartiere operaio e le ville dei dirigenti ad Isola del Liri superiore, L’Isola di Carnello, l’antico tracciato romano ora Canale Mancini fino al simbolo dell’incuria e del degrado che è l’ex Tomassi, oltretutto eretta su un tempio risalente al I secolo a.C., teatro, di numerose tragedie ed ora nota piazza di spaccio e degrado. Nell’elenco dei “vuoti urbani” troviamo l’area dell’ex Bassetti, la zona della Stazione Ferroviaria, parte della caserma che è sotto utilizzata, parco Valente, l’ex sede dell’Agenzia delle Entrate, l’ex deposito della Cotral. Molti di questi “non luoghi” sono le “porte alla nostra città”. Punti di ingresso territoriali che dovrebbero essere il nostro biglietto da visita e raccontare la nostra identità, quello che siamo e chi vogliamo essere nel mondo. Invece a volte raccontano storie di emarginazione, di malessere umano e sociale. Negli anni è mancata una programmazione territoriale ragionata e di sistema. E’ mancato un obiettivo di sviluppo sostenibile, a misura d’uomo, una “riconnessione di dignità identitaria dei vuoti” al “sistema città”. In queste righe non vogliamo limitarci a fare uno sterile quadro delle “negatività” e descrivere l’elenco banale delle cose che non vanno ed i danni fatti. Non abbiamo la presunzione di indicare la soluzione, ma la volontà di proporne alcune ed aprire un dibattito che merita di essere approfondito. Il nostro è un territorio ancora meraviglioso, potenzialmente non meno attrattivo di altre realtà ben più apprezzate ed organizzate del nostro paese. Abbiamo delle acque pulite, anche se messe troppo spesso a rischio, una buona qualità dell’aria, un sistema di borghi ancora quasi intatti, una filiera di prodotti della terra di assoluta eccellenza e risorse umane che aspettano solo di essere valorizzate. Se delle cose buone sono state fatte altrove possiamo farle anche noi… Vedi il Rapporto “Sora 2030” curato da CRESME ed appena presentato a cura di ANCE ed Unindustria. L’obiettivo principale è quello di creare le giuste condizioni affinché gli abitanti del nostro territorio tornino ad essere fieri del luogo che abitano, di co-progettare il benessere e la qualità della vita, di pensare in termini di comunità inclusive affinché sappiano essere a loro volta educanti. Abbiamo bisogno di scuole moderne dove far diventare i nostri ragazzi gli uomini di domani, di un paesaggio sano e di una buona Sanità, l’esperienza del Covid lo ha dimostrato, di servizi per le classi più disagiate e tecnologie volte all’eliminazione del cultural divide. Abbiamo bisogno di una città che crei profitto attraverso le eccellenze che indubbiamente ha e di giovani che vanno all’estero per poi tornare a creare ricchezza con il loro bagaglio culturale e di esperienze. Se chi abita un luogo è felice, sarà felice di dirlo, non va altrove, e sarà il primo e più importante “Tour Operator” del territorio. Il groppo Agorà presenterà delle proposte di “visione” del territorio attraverso una serie di webinar con lo scopo di “svegliare” le menti migliori dal torpore degli ultimi anni e ridare quell’entusiasmo sopito per troppo tempo” .
