Focus – Coronavirus, la terapia del plasma iperimmune è uno studio tutto italiano, ed il Lazio la rigetta

Sara Pacitto
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Il progetto pilota della terapia al plasma iperimmune contro il Covid-19 fatta negli ospedali di Mantova e di Pavia ha dato risultati interessanti. Si tratta di uno studio tutto italiano, che prevede l’impiego del plasma dei pazienti guariti dal virus sui pazienti ancora malati: potrebbe essere la chiave per sconfiggere il Covid.

Lo confermano il dr. Giuseppe De Donno, Direttore del Reparto di Terapia Intensiva Respiratoria dell’Ospedale “Carlo Poma” di Mantova, ed il dr. Cesare Perotti, Direttore del Servizio di Immunologia del Policlinico “San Matteo” di Pavia: i pazienti trattati con la terapia del plasma iperimmune sono tutti guariti. Questi risultati hanno fatto il giro del mondo: ad inizio maggio in America ben 116 istituti hanno avviato la sperimentazione della terapia, anche il famoso attore Tom Hanks è andato a donare. In pochi giorni ben 11.046 pazienti trattati su 16.498 malati in 2.264 Università americane sono stati sottoposti alla plasma-terapia (dati del 18 maggio). Il prof. Alessandro Santin dell “Yale University” nel Connecticut afferma «Nonostante siano pazienti con forme severe o estremamente gravi, che hanno bisogno di ossigeno oppure intubati, con le trasfusioni migliorano in poco tempo». La terapia avviene attraverso infusioni di plasma iperimmune: già dopo la prima, i parametri polmonari ed infiammatori miglioravano in maniera importante. «Gli anticorpi, di cui il plasma iperimmune è ricco, vanno direttamente ad uccidere il virus», spiega il dr. Cesare Perotti. «In questo momento possiamo dire che l’utilizzo del plasma è l’unica terapia mirata» aggiunge il dr. Giuseppe De Donno. Il plasma è la parte più liquida del sangue, composta da acqua, proteine, nutrienti, ormoni, privato dai globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Quello donato dai pazienti la cui guarigione viene accertata attraverso i test, è ricco di anticorpi, chiamati “anticorpi neutralizzanti”, che si legano all’agente patogeno e lo attaccano. I volontari donano circa 600 ml di sangue: il plasma che se ne ricava, può essere congelato e stoccato fino a 6 mesi. Una delle caratteristiche del trattamento del plasma iperimmune è la sicurezza, in quanto non è noto che generi effetti collaterali. In passato la plasma-terapia ha curato Ebola, Sars e Mers. Da tutta Italia sono molte le persone guarite che vorrebbero donare, ma nelle loro regioni non ci sono ancora i centri per la raccolta del plasma iperimmune: cosa stiamo aspettando? «Tutti i servizi trasfusionali sono attrezzati per la raccolta del plasma, non è difficile da preparare» spiega la dr.ssa Giustina De Silvestro, dell’azienda ospedaliera di Padova. Per chi è guarito dal Covid-19 andare a donare è molto importante «Chi dona sa che aiuterà qualcuno che potrebbe morire. Nel caso del Coronavirus, il donatore sa che il suo plasma andrà a curare chi ha avuto la sua stessa malattia. Credo sia la cosa più bella che ci possa essere» aggiunge De Donno. Abbiamo tanti potenziali donatori, è necessario investire per dare risposte certe e tempestive. Una sacca di plasma costa al Servizio Sanitario circa 80 euro: il trattamento complessivo si avvicina ai 300 euro in quanto i pazienti fanno una triplice trasfusione. Il trattamento sperimentale realizzato con il mix di farmaci costa dalle 4 alle 6 volte di più, quindi la plasma-terapia è anche più economica. In effetti la scorsa settimana il Ministero della Salute ha ufficialmente dato il via alla sperimentazione, affidandola all’Ospedale di Pisa: questa scelta ha sollevato diversi interrogativi. Mantova e Pavia sono già in possesso di risultati concreti, perché iniziare da capo? La paternità scientifica dello studio sul plasma iperimmune nell’occidente è degli ospedali di Mantova e Pavia, che adesso vengono estromessi dalla sperimentazione nazionale. Perché?  Mentre il mondo “raccoglie” e mette in pratica i nostri risultati, proprio in Italia la terapia viene attaccata e delegittimata: potremmo gridare al pianeta che il primo studio sul plasma convalescente è stato condotto in Italia ed invece sembra ci sia la volontà di chiudere il sangue in cantina. Dietro gli esiti di Mantova e Pavia, definiti dalle più prestigiose riviste scientifiche statunitensi come “la scoperta del trattamento di prima scelta per il coronavirus”, sono partiti tanti studi controllati: stati europei ed americani stanno lavorando con i nostri dati.  È riscontrato che il plasma, più dei farmaci, contribuisce ad un’evoluzione benigna della malattia: la tendenza a prediligere la sperimentazione farmacologica non nasconde un mero interesse economico? non è dettata dal business delle case farmaceutiche? Sparare a zero in televisione ha un effetto concreto sull’opinione pubblica; i politici prendono decisioni importanti sulla base delle affermazioni del panorama scientifico. Chi si assumerà le responsabilità di certe affermazioni: abbiamo avuto scienziati che, ad inizio pandemia, dichiaravano con non poca superficialità “Se arriverà in Italia sarà poco più di un’influenza” oppure “In Italia il rischio è 0. Il virus non circola”…sono gli stessi scienziati che oggi pongono dei dubbi sulla terapia del plasma iperimmune. Dobbiamo essere pronti ad una seconda fase del virus: il governatore del Veneto Luca Zaia è l’unico a portarsi avanti «Non appena verranno ufficializzati i dati che il plasma funziona, tutti si gireranno verso le emoteche e diranno: il sangue dov’è? Noi quindi ci portiamo avanti». Il Veneto ha infatti deciso di creare la più grande banca del sangue per raccogliere il plasma dei guariti dal coronavirus. «Dico a tutti i colleghi che amministrano le altre regioni, aggiunge Zaia, accumulate sacche di sangue». Anche la Lombardia ha lanciato la banca del sangue in questi ultimi giorni. I centri immunotrasfusionali devono organizzarsi, è necessario che tutte le Regioni vadano in questa direzione, con la benedizione del Ministero della Salute. È notizia di ieri che la Regione Lazio, invece, abbia rigettato l’istituzione di una Banca del Plasma iperimmune: mentre il M5S si è astenuto, consentendo la bocciatura, il PD ha respinto la proposta di adozione di un protocollo regionale straordinario semplificato di utilizzo della terapia nelle aziende del Servizio Sanitario Regionale. Forse il presidente Nicola Zingaretti e l’assessore Alessio D’Amato hanno fatto un passo troppo “frettoloso”, che potrebbe compromettere, in futuro, il diritto alla salute dei cittadini del Lazio. L’efficacia “salvavita” dimostrata da questa terapia è inconfutabile e deve, per forza di cose, essere valutata con particolare responsabilità: qui non si tratta di  fare un aperitivo a Milano, ma garantire soluzioni certe alla comunità. Sara Pacitto

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