“Il Coronavirus è l’occasione per il più grande esperimento di corsi universitari on-line”, ha riportato Agi. Intervista esclusiva alla dott.ssa Valentina Pelliccia. Valentina Pelliccia, giornalista del quotidiano “Il Tempo” e Vicepresidente ASUM dell’Università degli Studi “Guglielmo Marconi”, risponde ad alcune domande per “TG24.info”.
Dottoressa, anzitutto, in cosa consiste l’ASUM?
L’ASUM è l’Associazione Studenti/Laureati della Università degli Studi “Guglielmo Marconi”, la prima Università “aperta” (Open University), riconosciuta dal MIUR con D.M. 1 marzo 2004, che unisce metodologie di formazione on-line con attività “in presenza” attraverso lezioni, seminari, laboratori, sessioni tematiche di approfondimento al fine di raggiungere i migliori risultati di apprendimento. Si tratta di un’associazione senza fini di lucro che persegue esclusivamente finalità di carattere culturale e di sviluppo professionale tendendo al rispetto della dignità e dello status di studente e/o laureato dell’Università degli Studi “Guglielmo Marconi”. L’ASUM ha l’obiettivo di riunire, rappresentare e valorizzare studenti e laureati dell’Università attraverso lo sviluppo di iniziative ad hoc, progetti, attività, scambi culturali e professionali. L’Associazione promuove l’organizzazione di eventi, seminari, iniziative culturali, anche di interesse professionale, scientifico, artistico o ricreativo, al fine di favorire un networking tra persone, competenze e professionalità. Inoltre, cura e sviluppa rapporti di collaborazione con enti pubblici o privati, a livello nazionale e internazionale per promuovere la crescita culturale e professionale dei soci. La finalità principale è fornire ai propri associati e ai giovani laureati dell’ateneo strumenti utili per l’orientamento, l’aggiornamento e lo sviluppo professionale.
Qual è il ruolo che sta assumendo la didattica a distanza?
Come ho affermato nel mio articolo pubblicato di recente sul quotidiano “Il Tempo”, la didattica a distanza, con i suoi sistemi di apprendimento basati su piattaforme digitali, si sta rivelando, ormai già da diversi anni, una efficace risposta alle nuove esigenze di accessibilità all’istruzione e, in questo caso, anche a situazioni di emergenza. Per questo, molte Università italiane si stanno frettolosamente adeguando alle modalità di lavoro delle Università telematiche già esistenti sul territorio.
In questa situazione drammatica che stiamo vivendo quale ruolo può rivestire la cultura?
A mio avviso, la cultura può ricoprire un ruolo fondamentale sotto più aspetti. Ci terrei ad evidenziarne due in particolar modo: il primo riguarda l’ambito della formazione e il secondo l’impatto psicologico. Possono essere strettamente correlati, soprattutto in questo periodo di emergenza Covid-19. Stiamo attraversando una fase veramente difficile: ci siamo ritrovati all’improvviso a stravolgere completamente le nostre abitudini di vita, le nostre relazioni sociali, le nostre certezze. E’ una situazione nuova, di sospensione dal normale fluire della nostra vita ed è possibile provare ansia, paura, disorientamento. La cultura, in particolar modo la formazione, può rappresentare una certezza in un clima già di per sé incerto. Seguire un corso tramite piattaforma e-learning, dal semplice webinar ad un vero e proprio master on-line, tiene impegnata la nostra mente durante la giornata. In tal modo ne beneficiamo a livello psichico perché spostiamo l’attenzione su qualcosa di positivo e stimolante. Non sono un medico ma mio padre, il Professor Andrea Pelliccia, purtroppo venuto a mancare prematuramente, ha ricoperto un importante ruolo nel campo della medicina e della ricerca scientifica. Da lui ho imparato molto. Ad esempio, so che indirettamente, grazie all’apprendimento, migliorano anche le nostre funzioni cognitive, la nostra “plasticità cerebrale”. Il concetto è molto semplice: quando impariamo si modifica la struttura del nostro cervello, perché determinati neuroni si creano o si “allungano” per connettersi in modo più efficace ad altri neuroni, fino a formare delle “autostrade” su cui circolano più velocemente le informazioni.
Se una sinapsi viene stimolata regolarmente, viene mantenuta; viceversa, se non è utilizzata viene soppressa. E’ necessario un esercizio continuo.
In tal senso, è importante la progettualità?
La progettualità è fondamentale, in generale, ai giorni nostri. L’educazione, la formazione e la cultura non sono altro che strumenti per porre in essere e sviluppare progettualità. La crisi del nostro tempo, dall’epoca postmoderna, ha portato ad una decadenza dei garanti metapsichici sociali su cui si basano le istituzioni, con conseguenze rilevanti sul piano psichico ed identitario. Precarietà, insoddisfazione, perdita di valori ed incertezza, hanno contribuito ad una sorta di spinta consumistica, di mercificazione delle relazioni umane. In questo scenario sociale a cui assistiamo da tempo ormai, è sempre più importante rilanciare nuovi modelli formativi per affrontare la crisi dall’interno dei sistemi educativi ed accademici. Inoltre, in situazioni difficili, la progettualità può costituire un’àncora di salvataggio, perché consente di guardare avanti, proiettarsi oltre, in un’ottica costruttiva e lungimirante.
Come considera lo scenario sociale, educativo e formativo attuale in Italia?
In Italia, i livelli di istruzione della popolazione sono in aumento ma restano ancora inferiori a quelli medi europei, secondo l’Istat. Potrebbe, tuttavia, essere utile inserire corsi scolastici, universitari, ma anche rivolti a professionisti, sulla c.d. “Intelligenza Emotiva”. L’ Italia e la Grecia sono gli unici Paesi europei in cui l’educazione sentimentale non è prevista nei programmi scolastici. Una proposta di legge per l’istituzione di un’ora di educazione ai sentimenti alle medie e agli istituti superiori è stata depositata alla Camera nel corso della passata legislatura, ma non è mai stata approvata. Già nel 2001 il Professor Umberto Galimberti, uno dei più noti filosofi italiani, si era soffermato sull’analisi delle emozioni, evidenziando come l’analfabetismo emotivo stesse prendendo piede tra i giovani. L’analfabetismo emotivo (o analfabetismo emozionale) è l’incapacità di riconoscere e controllare le proprie emozioni. “Se nei primi tre anni di vita – afferma il Professor Umberto Galimberti-, i bambini non sono seguiti, accuditi, ascoltati, allora ci si trova di fronte ad un misconoscimento che crea in loro la sensazione di non essere interessanti, di non valere niente. Crescono così senza una formazione delle mappe cognitive, rimanendo ad un livello d’impulso. Il passo successivo dovrebbe essere di passare dagli impulsi alle emozioni. Poi si arriva al sentimento che è una forma evoluta”. Si inserisce qui l’importanza della scuola, “il sentimento non è una dote naturale, è una dote che si acquisisce culturalmente. Se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, se la scuola disamora, allora il sentimento non si forma. E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione”. Dunque, quello che dovrebbe essere un percorso di apprendimento fisiologico, in realtà non viene trasmesso attraverso l’ereditarietà genetica. Si apprende in famiglia e attraverso la cultura. Questo discorso non riguarda soltanto la scuola, ma dovrebbe, a mio avviso, riguardare la formazione in toto. Dirò di più, oggi più che mai, le competenze di “Intelligenza Emotiva” sono il punto di partenza e il filo conduttore dello sviluppo di una leadership autentica e positiva nel mondo del lavoro, per se stessi e nel rapporto con gli altri. «I grandi leader ci fanno muovere. Accendono la nostra passione e ci ispirano a dare il meglio di noi. Quando cerchiamo di spiegare perché essi siano così efficaci, parliamo di strategia, visione o idee potenti. Ma la realtà è molto più basica: le grandi leadership lavorano attraverso le emozioni». Così si apre il libro Primal leadership – Unleashing the power of Emotional Intelligence di Daniel Goleman, uno dei miei autori preferiti.
Jackal
