Stanno combattendo una guerra biologica, ma guai a chiamarli eroi. Sono gli operatori sanitari del 118 in prima fila contro un nemico invisibile che fa strage di anziani ma anche di giovani. Abbiamo raccolto la testimonianza del dottor Angelo Taglienti, medico anestesista rianimatore dell’Ares 118 ed elisoccorso.
Com’è cambiato il ruolo del 118 ai tempi del Covid-19? <Noi siamo la frontiera tra l’utente e l’ospedalizzazione, siamo quelli che intervengono per primi all’interno delle abitazioni con tutte le incognite che ne conseguono. Ogni situazione è diversa dall’altra. Non esiste un copione. Certo, ormai siamo in grado di riconoscere il nemico, la casistica è molto ampia. Già dall’aspetto del paziente e dalla difficoltà che ha nel ventilare riusciamo a capire se si tratta di Covid-19>. Entrate nelle case dei malati, dove oltre al paziente ci sono i familiari. Qual è il primo pensiero? <L’angoscia principale dei familiari è di essere contaminati e verosimilmente lo saranno, sono rari i casi in cui non c’è contagio all’interno dello stesso nucleo familiare. Quindi oltre alla preoccupazione di poter perdere il proprio caro, soprattutto se anziano o immunocompromesso, c’è anche l’angoscia di essere i prossimi. Il terrore che percepiamo è reale, si lotta contro un nemico invisibile. Lo stesso terrore che percepisce l’operatore>. Come vive personalmente questa situazione? <La prima volta che sono stato a contatto con un paziente Covid positivo (non sapevamo ancora che potesse esserci questa possibilità di contagio così alta) mi sono messo in autoisolamento nella mia casa di Roma e tutt’oggi vivo separato dal resto della mia famiglia. E’ un mese e mezzo ormai. Si vive, purtroppo, con l’angoscia di qualsiasi forma di contatto con i propri cari, mi sento una bomba a orologeria nonostante le protezioni>. A proposito di protezioni, avete i dispositivi adeguati o c’è ancora difficoltà a reperirli? <Abbiamo le protezione perché la nostra Azienda si impegna alacremente nel garantirle, ma al momento siamo sprovvisti di calzari e stiamo adattando buste di plastica che ci incerottiamo ai piedi pur di garantire il soccorso all’utenza. Speriamo di averli quanto prima, purtroppo i sistemi ‘alla buona’ non ci tutelano adeguatamente>. Molti operatori del 118 hanno figli, genitori anziani, compagni. Come si supera la paura? <La paura non si supera. Ci sono momenti di grandissimo sconforto soprattutto per quei colleghi che hanno figli piccoli a casa che non possono lasciare a nessuno. Ogni volta che si esce si pensa ai nostri cari, non me lo perdonerei mai se fossi io ad infettare la mia famiglia> C’è ancora una bassa percezione del rischio. Quale messaggio possiamo mandare a chi ci legge? <C’è ancora eccessivo movimento, l’unico modo è non girare inutilmente solo per distrarsi. Una cosa è certa, si salverà solo chi non verrà contagiato e per questo bisogna stare in casa. E’ una guerra biologica, bisogna fare come i bambini quando giocano a ‘un due tre stella’: ognuno deve rimanere al suo posto. Purtroppo non sta andando così, la cittadinanza sta sottovalutando la problematica. Il numero delle vittime è di gran lunga superiore a quanto comunicato dagli organi ufficiali perché i deceduti in casa non vengono calcolati nelle casistiche nazionali. E sono almeno un 40% in più almeno in provincia! Quello che chiedo agli enti pubblici è un maggiore controllo, servono provvedimenti severi e imponenti per fermare chi ancora non ha capito che questo non è un gioco>.
