Salute – L’essere madre: un percorso di crescita insieme al bambino

marfst
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Cari lettori, sono la dottoressa Laura Paolucci, psicologa e fondatrice del Centro A.M.I (Alatri Medicina Integrata). In questo nostro primo incontro vorrei presentarvi una nuova realtà che sta prendendo piede sul nostro territorio. Questo progetto nasce grazie ad un team di professionisti che già da diversi anni lavorano sia in Provincia che a Roma. Troppo spesso nel nostro lavoro, proprio per le tematiche che affrontiamo, sentiamo l’esigenza e la necessità di avere confronti, momenti di condivisione e di riflessione. Nelle strutture pubbliche, anche se c’è già un lavoro di equipe di questo tipo, accade anche qui che la mancanza di personale presenti dei limiti di intervento. Nel privato questo tipo di lavoro è difficile realizzarlo, i pazienti stessi spesso si ritrovano a vagare in provincia per fare altri controlli o altri trattamenti e anche per noi medici, a volte, è difficile fare degli invii e non avere la certezza di un riscontro positivo. Il Centro AMI nasce quindi per una sentita necessità di un tipo di lavoro a nostro avviso più consono e adatto alle svariate tipologie di intervento. Nel nostro Centro è possibile fare prevenzione, valutazioni diagnostiche e psicoterapia. I servizi offerti vanno dalla neuropsichiatria, psicodiagnosi, psicomotricità e psicoterapia infantile per i bambini; psichiatria, psicoterapia individuale, di coppia e di gruppo per gli adulti, e ancora per tutte le fasce di età e per un intervento senza farmaci, omeopatia, osteopatia, logopedia, agopuntura, nutrizionismo e trattamenti Shiatsu.

psicologiaSi offre quindi la possibilità per tutte le fasce di età di usufruire di un ascolto e di una osservazione completa e in questo modo più rassicurante, soprattutto per bambini e lo loro famiglie, troppo spesso costretti ad aspettare lunghe liste di attesa per avere delle risposte, oppure recarsi a Roma per i limiti presenti sul territorio. Cerchiamo quindi di offrire quella presa in carico ai genitori che troppo spesso si ritrovano soli e in balia di angosce persecutorie nel momento in cui si presenta una qualsiasi difficoltà per il loro bambino, o anche a quelle persone che si ritrovano per troppo tempo a fare uso di farmaci dai quali non riescono a trovare una risoluzione più definitiva. Successivamente, insieme ai miei colleghi, vi spiegheremo meglio ogni singolo trattamento, intanto vorrei presentarvi un tipo di intervento di gruppo, che seguirò personalmente e a cui tengo particolarmente:

“Incontri madre e bambino (0-3 anni)”: Gli incontri consistono in piccoli gruppi, c’è anche una distinzione tra bambini molto piccoli, di pochi mesi e bambini che già parlano e camminano. La cadenza sarà di circa una volta a settimana. Avendo una formazione analitica e seguendo da anni un gruppo teorico di ricerca, proprio su questi temi, al C.I.P.A. (Centri Italiano di Psicologi Analitica) di Roma, coordinato e diretto dalla dott.ssa Bianca Gallerano, vi presenterò il progetto prendendo spunto dalle parole di Anna Freud, la quale si esprime in questo modo:

bimbo1“La frustrazione e le delusioni sono inevitabili nella relazione-madre bambino e che invece rendere responsabili della nevrosi infantile le carenze materne della fase orale è solo una facile ed ingannevole generalizzazione”. Secondo la psicoanalista, l’analisi deve cercare più lontano e più in profondità le cause che determinano il conflitto stesso. James Hilmann, analista junghiano, in Trame Perdute, 1985, racconta come troppo spesso sia per la cultura, per la società ma anche per la psicologia stessa, le madri non siano mai abbastanza: “Se essa è troppo presente, viene accusata di incoraggiare la debolezza, i coccolamenti, la dipendenza; se alleva con calore e intimità, viene chiamata asfissiante e divoratrice; se desidera per il figlio tante cose, fantasticando sul suo futuro, allora con i propri desideri ne determina la vita; se è lungimirante, intuitiva, distaccata la sua saggezza profetica è quella di una strega; se gode della vita e dei piaceri dei sensi, allora sta seducendo i propri figli o li sta privando delle loro vite vivendo tanto voluttuosamente la propria”. Insomma, qualunque sia lo stile di maternità, sembra che sia uno stile maledetto. Questo solitamente accade, cioè mentre la madre fa di tutto per impersonare il modello della madre buona – allevandolo, proteggendolo, sorvegliandolo in maniera assidua, attenta ai suoi bisogni – interiormente è sempre perseguitata dai sensi di colpa, dai sentimenti di inferiorità e inadeguatezza. Un bambino cresce in questo modo entro l’ombra del senso di colpa che la madre ha di fronte alle cure materne, non meno che entro le cure materne stesse. Come mai c’è una influenza e un contagio così profondo? Perché madre e bambino soprattutto in queste prime fasi di vita non sono dei singoli che si uniscono ma sono un legame inscindibile e indicibile, sono una diade ed è proprio in questa interazione sopraordinata, che hanno origine i problemi psicologici più importanti della maternità e dell’infanzia. Un altro autore a cui farò riferimento in questo lavoro è sicuramente Donald Winnicott, psicoanalista, che ha avuto il merito di liberare la figura materna dall’incombenza del dover essere perfetta e infallibile per non cagionare irreversibili traumi alla propria prole. Winnicott, in Pediatria e Psicoanalisi, 1975, parla della Preoccupazione materno primaria, e cioè di quella condizione psicologica che interessa soprattutto la madre, dalle ultime settimane di gestazione alle primissime dopo il parto.

bimbo2Secondo l’autore, la madre grazie a questo stato può regredire e adattarsi con delicatezza e sensibilità ai bisogni del bambino, ma dice anche e soprattutto che, affinché questa condizione possa evolversi, necessita di un ambiente sufficientemente buono. Un ambiente che sappia proteggere la madre stessa, saperla contenere, proteggere e sostenere. Solo in questo modo si può offrire la possibilità al bambino di cominciare ad esistere, di avere delle esperienze, di strutturare un Io personale, di dominare gli istinti e di affrontare tutte le difficoltà che riguardano la vita. Ancora Winnicott, grazie in particolar modo alla sua formazione pediatrica e quindi, alla lunga esperienza osservativa e di cura tra madre e bambino, è riuscito a smantellare la figura della madre dispensatrice di cura e amore senza sviste, lacune, imprecisioni, per farne emergere una alternativa di madre imperfetta, ma sana e affettivamente presente. In “Sviluppo affettivo ambiente”, 2004, l’autore parla della madre “sufficientemente buona”, la quale è per Winnicott una donna spontanea, autentica e vera che, con ansie e preoccupazioni, stanchezza, scoramenti e sensi di colpa emerge come figura in grado di trasmettere sicurezza e amore. Pur avendo “molte buone ragioni per detestare il figlio”, come dice Winnicott, è una madre in grado di rispondere adeguatamente ai suoi bisogni. Il vero pericolo, esprimerei come conseguenza di questi concetti, risulta piuttosto la mancata consapevolezza dei propri sentimenti e dei propri limiti. L’incapacità di vedere e vivere il proprio figlio, dopo un’iniziale necessaria fusione, come un essere separato da sé, e quindi passibile di emozioni sia negative che positive, rappresenta una pericolosa anticamera di possibili disagi psicologici. L’individuazione, cioè il percepirsi come persona a sé con le proprie caratteristiche, passa attraverso la separazione che, a sua volta, necessita di un processo di differenziazione che, infine, esige, in una sorta di circolarità dinamica e costruttiva, del riconoscimento di se stesso e dell’altro anche attraverso emozioni contrastanti e talvolta dolorose. Questo processo risulta fondamentale in ogni relazione. Nello stesso modo in cui risulta fondamentale focalizzare l’attenzione sulle difficoltà e le problematicità per poter elaborare una strategia d’intervento. Il lavoro principale in cui dovrebbe impegnarsi una madre consiste proprio nell’accettazione delle proprie caratteristiche e peculiarità. Accettazione che non significa necessariamente approvazione (“come sono brava non potrei fare di meglio”) o adesione passiva e indiscussa (“continuo a farlo perché non so fare altro”), ma che può condurre alla consapevolezza. Consapevolezza, a sua volta, significa sapere chi siamo e che cosa è possibile modificare per migliorarci (in quanto esseri umani, in generale, e genitori, nello specifico) e cosa, al contrario è parte integrante di noi, ci individua e, nel migliore dei casi, può essere gestito e controllato. Impegnarsi in questo difficile compito ha l’obiettivo di vivere più sicuri la propria genitorialità tenendo sempre presente che la sicurezza è un ingrediente fondamentale nella relazione e nell’educazione dei propri figli.

bimbo3Scrive Winnicott: “Sarebbe d’aiuto chiarire alle madri che può capitare di non provare immediatamente amore per i propri figli o di non sentirsela di allattarli; oppure spiegare loro che amare è una faccenda complicata e non un semplice istinto”. Risulta quindi fondamentale fornire alle madri strumenti efficaci per poter accettare ciò che sono e ciò che fanno in quanto frutto del loro esserci in quel momento. Ciò significa rassicurare e aiutare a formulare pensieri positivi e costruttivi su possibili scenari di miglioramento. “Mi miglioro se penso di essere in grado di farlo e se sono sicura di aver agito per amore e che qualsiasi ‘errore’ possa aver commesso non è altro che un pezzo, un frammento, una parte di un percorso in costruzione”. Il lavoro, quindi, si occuperà di “madri alla ricerca della loro maternità”, cioè in cerca di tutto ciò che comporta una sana relazione con l’altro, attente in modo insonne alle comunicazioni con il bambino, a decodificarle, entrare nel senso e trasformarle in significati. Ciò non significa cercare e dare la ricetta di una relazione perfetta, ma sopportare di stare perennemente in ricerca, in una funzione riflessiva, in rilassata allerta di ciò che si opera. Poter stare cioè, come madri in una difficile linea di confine tra invasioni e lontananze, confusioni e rigidità; accettando di imparare dall’esperienza in un continuo comprendere ciò che segnala il bambino, in modo particolare ciò che non funziona, che non è andato bene e che ha creato, e continuamente crea disagio. Mi occuperò di donne che si fanno carico, di quello che Carla Busato Barbaglio, in Tra femminile e materno, 2009, chiama, “disposizione alla maternità”. Cioè non tanto quella capacità innata o magica di farsi carico del bambino, quanto una disposizione alla cura che rende capaci di sostenere il conflitto e le ambivalenze, di rimanere pensanti e amorevoli, una disposizione che appare anche essere profondamente legata al corpo oltre che alla storia e alla cultura, aderente a cogliere i bisogni della vita a dare loro risposte.
Comunicato Stmpa – Dott.ssa Laura Paolucci – Centro AMI – 3342361994
Bibliografia
Busato Barbaglio, C., Mondello, M.L., a cura di, Tra femminile e materno, Franco Angeli, Milano 2009.
Hilmann, J. (1985), Trame perdute, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010.
Jung, C. G. (1935-1954), Aspetti psicologici dell’archetipo della madre, Opere, vol. 9/1, Boringhieri, Torino 1980.
Winnicott, D. W (1954), Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze 1975.
Winnicott, D. W (1963), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1974.

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