(di Anna Ammanniti) Il bullismo è un fenomeno in cui gli studenti assumono atteggiamenti prepotenti e prevaricatori nei confronti del coetaneo, secondo la legge il bullismo è un reato. Ne parliamo con il dott. Mirco Turco
Il bullismo non è solamente un fenomeno che avviene tra coetanei, a volte la problematica investe anche il docente, che potrebbe essere la vittima dell’adolescente e poi ci sono i docenti bulli, gli insegnanti che si pongono nei confronti di uno studente o più, con atteggiamenti vessatori. Le pagine dei giornali sono purtroppo ricche di fatti di cronaca, con maestre che picchiano i bambini, che li sottopongono a punizioni violente e a trattamenti particolarmente aggressivi; e poi ci sono le violenze psicologiche, quelle capaci di rovinare lo studente, approfittando magari della debolezza della persona, della timidezza, della troppa bontà, distruggendo l’autostima. Parliamo della problematica con il dott. Mirco Turco, Psicologo, Criminologo, Autore, Direttore Scientifico del Forensics Group, Consulente Centro Analisi Comportamentale Zivac di Bucharest. Queste le domande poste al dott. Mirco Turco, per avere una maggiore chiarezza sul fenomeno delle prepotenze, racchiuse nelle aule delle scuole. Secondo lei quale è il principale disagio che spinge un adolescente a diventare violento nei confronti del coetaneo e quale dovrebbe essere il ruolo del docente in classe? Il ruolo del docente vittima di bullismo: quale atteggiamento dell’insegnante induce il bullo ad aggredirlo. Cosa potrebbe fare il docente davanti a simili comportamenti? Il caso in cui invece sono gli insegnanti che si pongono con comportamenti vessatori verso gli studenti, oltre alle violenze psicologiche che abbattono l’autostima, quale altro disagio provocano? E lei come “giustifica” questo modo di agire dell’insegnante e cosa possono fare i genitori per tutelare i ragazzi? Ci sono poi degli atteggiamenti in cui i professori con loro discorsi inducono il ragazzo a comportarsi da bullo con il compagno. Secondo lei cosa spinge l’insegnante ad assumere certe posizioni? Qual è il ruolo della scuola per risolvere i diversi aspetti di bullismo. Il dott. Turco ha spiegato la difficile problematica legata al bullismo e ai suoi diversi aspetti “Il bullismo può essere considerato un atto di aggressione, consapevole e volontario, perpetrato in maniera persistente e organizzata da uno o più individui nei confronti di uno o più vittime designate. Oggi, tra l’altro, gli atti possono essere amplificati anche attraverso forme di contatto elettronico (cyberbullismo). In ogni caso, il bullismo è finalizzato ad arrecare un danno, è intenzionale e volontario ed è pianificato e sistematico. Esiste, inoltre, una differenza percepita di potere tra bullo e vittima e lo stesso bullo si avvale, sovente, di complici. La vittima teme e/o non è in grado di difendersi, né di riferire l’accaduto, anche per timore di varie ritorsioni. L’aspetto però, a mio avviso, più inquietante, riguarda il ruolo dei così detti “spettatori”, che di fatto, non fanno nulla e assistono passivamente al tutto. Occorre sottolineare che oggi, si fa anche molta confusione tra bullismo e altre condotte aggressive o violente. A volte, infatti, vi sono atti che vanno inquadrati anche giuridicamente in modo differente. Basti pensare alla violenza a sfondo sessuale, all’utilizzo di armi e alle gravi minacce. Il bullismo è un comportamento deviante, sebbene la personalità del bullo possa essere alquanto complicata. Alcuni studi, infatti, evidenziano maggiori livelli di iperattività, disattenzione, disturbi dell’umore, ridotta adattabilità a situazioni nuove, impulsività, incapacità di apprendere dall’esperienza, ridotta capacità di inibizione mentale, linguaggio interno limitato, problemi di definizione e riconoscimento delle emozioni, difficoltà scolastiche, sino a deficit dei lobi frontali. Il bullo, sovente, proviene da sistemi familiari che sono caratterizzati da difficoltà educative disciplinari. Tali sistemi sono rigidi, confusi e incoerenti, con un assenza completa di regole. Da considerare, poi, la presenza di disturbi psicopatologici o episodi di violenza e maltrattamenti domestici, conflittualità coniugale, isolamento sociale. La sfera cognitiva-emotiva-relazionale del bullo non è dunque semplice. Oggi, il sistema scolastico è cambiato. Non so ancora se la “privatizzazione” avvenuta nel corso degli ultimi anni sia stata proprio un bene! Molti docenti, infatti, si lamentano di non avere più gli strumenti che avevano un tempo per intervenire pragmaticamente su alcuni studenti. La questione, forse, però, è che anche i tempi sono differenti e la Società in generale, ha subito mutamenti complessi. Attualmente, l’insegnante vive delle forti frustrazioni legate proprio alla perdita di potere e alla frantumazione del ruolo. Ciò comporta anche una crisi di identità professionale, spesso sottovalutata nelle istituzioni scolastiche o dalla stessa dirigenza. Oltre allo stress e al burnout, è da considerare che l’insegnante è oberato di tanti altri compiti e funzioni. Non ultimo, l’invenzione di diventare anche un “esperto di bullismo”, come se non bastasse la fluttuazione tra il ruolo/identità di genitore, educatore, agevolatore, amico, confidente, psicologo! Ma su questo, la discussione assumerebbe altre pieghe. Il docente, quindi, è in forte difficoltà, direi quasi esistenziali! Gestire un bullo diventa difficile proprio per questa molteplicità di ruoli. Inoltre, (sembrerà banale) un giovane adolescente che non rispetta e non riconosce un genitore, perché dovrebbe rispettare un altro adulto? Prima si parlava proprio di “adulti significativi”, ma oggi, molti bulli (e non solo loro) considerano poco significativo l’adulto in generale. Questo, non è giustificabile, ovviamente, solo tramite l’età critica. La ribellione non è un alibi per sconfinare nella delinquenza. Si può essere ribelli in svariato modo. La devianza, invece, è altra faccenda! Direi che anche il docente andrebbe “protetto” o puntualmente assistito da specialisti del settore. Il docente superman, onnipresente e onnipotente è dunque un mito da sfatare. Gli scenari diventano ancora più articolati se si riflette, ulteriormente, sulla “liquidità” della nostra società e sugli effetti, ancora poco conosciuti, della digitalizzazione di tutto, in un vorticoso girone tra progresso e nuove “demenze digitali”. È anche vero che, in alcune situazioni, molti docenti assumono atteggiamenti e comportamenti vessatori nei confronti degli studenti, causando danni non solo a livello cognitivo, ma anche sull’autostima dei giovani ragazzi e sul piano emozionale. È superfluo dirlo, ma non tutti hanno le abilità per insegnare! Le competenze maggiori dovrebbero essere quelle non tecniche. Serve relativamente conoscere bene la materia, quindi. Occorre, più che mai, intelligenza sociale ed emotiva. Per anni, ho parlato di “certificazione del fattore umano”, soprattutto in ambito psico-educativo, proprio perché è quanto mai indispensabile avere degli insegnanti o del personale che, oltre a godere di un equilibrio mentale, conoscano anche strategie e metodi per gestire situazioni svariate di stress. Ma anche questo è un discorso lungo. In questa visione creativamente variegata, la famiglia dovrebbe mantenere una giusta distanza. Qualcuno ha detto che ormai i genitori sono fans dei propri figli e penso che questo, almeno su un piano squisitamente educativo, sia sbagliato. Il genitore deve fare il genitore e non può essere né troppo confidente, né troppo amico, né tanto meno deve sostituirsi agli insegnanti, svalutandone, come spesso accade sin dalle scuole elementari, il ruolo. Ripensare ad una scuola in questi termini sarebbe alquanto opportuno ed è, ormai, prioritario. È complicato sicuramente, ma ugualmente fattibile e penso che le soluzioni possano essere molteplici. Il buon senso non basta. Occorrono specialisti differenti che costituiscano reti pragmatiche, chiare e realmente presenti sul territorio. Non è più sufficiente “osservare” il fenomeno o realizzare banali progetti periodici, a seconda delle ondate o delle attenzioni mediatiche. Occorre andare oltre gli spiragli o le singole intenzioni. Insomma, possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando gli uomini hanno paura della luce (Platone).” Anna Ammanniti
