Emanuele Reali è il Carabiniere morto nella serata di martedì scorso a Caserta dopo essere stato investito da un treno durante un inseguimento: un’operazione contro alcuni ladri di appartamento che, successivamente alla cattura di due dei malviventi, puntava ad individuare gli altri complici sfuggiti nella mattinata. Il blitz si è concluso intorno alle 19 presso la stazione casertana: un primo delinquente è finito in manette mentre l’altro, dopo aver scavalcato il muretto della ferrovia, è riuscito a scappare, trascinando Emanuele verso la morte.
Dei tre criminali arrestati, due sono stati immediatamente messi ai domiciliari ed il terzo subito rilasciato con l’obbligo di dimora a Napoli. Il quarto, quello per cui il Vice Brigadiere Reali è morto, braccato dai Carabinieri che gli davano la caccia in maniera incessante, si è costituito venerdì, a poche ore dai funerali del militare eroe. Il criminale 24enne è stato sottoposto a fermo per furto in abitazione, resistenza a pubblico ufficiale e morte come conseguenza di altro reato. Emanuele voleva a tutti i costi assolvere al suo compito, un compito morale più che altro, un radicato senso del dovere che gli è costato la vita. «Non avrà strade né piazze, scriveva l’Arma nel post di commiato, perché è “solo” l’ennesima vittima di una guerra combattuta tutti i giorni, quella silenziosa contro il crimine. E perché il suo nome a breve non lo ricorderà nessuno. Per noi però Emanuele Reali sarà eternamente giovane e bello. Sarà per sempre un eroe». Ma sapere che l’eroismo del Vice Brigadiere è stato inconcludente è uno schiaffo all’etica, un boccone amaro che si fa fatica a digerire. «Un sacrificio inutile, piange il padre. Adesso lo chiamano eroe, ma ormai non serve a nulla. Questo Stato non difende chi fa il suo lavoro». L’amarezza della sorella «In Italia hanno vinto i malviventi».
Oltre allo sconforto ed al dolore, sono la rabbia, l’ indignazione ed il senso di impotenza i sentimenti dominanti in questa vicenda. E lo sanno bene quanti indossano la divisa, a prescindere dal Corpo di appartenenza; i Tutori dell’Ordine al servizio dello Stato e dei Cittadini, perché questa è la loro mission: un poliziotto, un militare, un incaricato ad una qualsiasi forza armata, non lo è per se stesso ma per la comunità.
Sotto la Divisa di Ordinanza ci sono persone consapevoli di avere un mandato, importante da assolvere con assoluta integrità morale; una grande responsabilità che a fine turno non smette di avere il suo peso perché la divisa ti cambia la vita, diventa uno status, un modo di essere: tantissimi gli episodi di tutori dell’ ordine che, nonostante non fossero in servizio, sono intervenuti in vicende rischiose, molto spesso definendone l epilogo, a volte rimettendoci la vita. Perché i Tutori dell’Ordine sono quelle persone che arrivano per primi sui luoghi delle sciagure, dalle disgrazie più eclatanti a quelle meno note: sequestri, furti, incidenti, liti domestiche ed aggressioni in luoghi pubblici; ed ancora scorte, mafia, corruzione, rapimenti, atti osceni, droga, terrorismo, inseguimenti; il pattugliamento del territorio per il controllo e la prevenzione. Il loro prezioso intervento in molti casi si rivela decisivo per il decorso e l’ evoluzione degli eventi. I Tutori dell’Ordine sono persone la cui paura più grande è quella di lasciare il nucleo familiare: la moglie, i figli, i genitori, i parenti. Non hanno il timore che possano rimanere feriti durante un’ operazione o che accada loro qualcosa di più grave ma temono che una traversia li privi di godere dei congiunti più cari, non rivederli mai più, non poter vegliare fisicamente su di essi. I Tutori dell’Ordine sono persone che hanno una famiglia che aspetta il loro ritorno a casa e nessuno può descrivere l’ ansia di ogni singolo ritardo, con il cuore in gola, finché non si sente la chiave che apre la porta. Non esiste weekend, occasione, ricorrenza o festività, perché il turno va rispettato, al servizio dello Stato e dei Cittadini “nei secoli fedele”, “sotto la legalità, la libertà”, “la sicurezza della Repubblica sia legge suprema”, sempre.
Siate grati ai Tutori dell’ Ordine per le loro prestazioni ed indignatevi quando “la legge” non garantisce una pena certa ai malviventi, soprattutto dopo tanto sacrificio per assicurare i criminali alla “giustizia”. Perché nessuno tesse le lodi di questi paladini, difensori nostri e della legalità; nessuno gratifica le loro eroiche azioni; nessuno rende merito all’infaticabile coraggio. Ma di questo i Tutori dell’ Ordine ne sono consapevoli e, silenti, continuano ad assolvere la loro mission, al servizio dello Stato e dei Cittadini, anche quando vengono vessati ed oltraggiati dallo stesso Stato e dagli stessi Cittadini per cui vanno a morire. «Non avrà strade né piazze il Vice Brigadiere Emanuele Reali, perché è “solo” l’ennesima vittima di una guerra combattuta tutti i giorni, quella silenziosa contro il crimine. E perché il suo nome a breve non lo ricorderà nessuno».
Ed un giovane Carabiniere di Arpino, che presta servizio altrove, con tanta amarezza posta su facebook la sua riflessione, che è ancora più cruda e deprimente nel suo profondo significato «Nessun giornale o telegiornale parla del povero carabiniere morto. Ma se fosse morto il ladro…era una notizia da prima pagina. Va bene, andiamo avanti. Riposa in pace Emanuele».
Perché i Tutori dell’Ordine non cercano riflettori, onorificenze, compiacimenti. E tacitamente continuano ad onorare la Divisa, il Corpo di appartenenza e loro mission: al servizio dello Stato e dei Cittadini, anche a costo della vita.
Sara Pacitto
